L’Europa ha ripreso la propaganda ucraina e l’ha ulteriormente enfatizzata per rafforzare il sostegno popolare alla guerra in corso, ma così facendo si è messa in una posizione che le preclude un ruolo di mediazione: la presenza di sue truppe al confine con la Russia risulterebbe un atto ostile anziché di interposizione. Rischia perciò di pagare un prezzo elevato nel momento in cui gli USA di Trump si accingono a trattare la pace anche per suo conto, oltre che per l’Ucraina.
Partendo da queste considerazioni si porta avanti l’ipotesi che si sta affermando nella sinistra che si richiama alla cultura egualitaria e universalistica alla base della Dichiarazione Universale e della nascita dell’ONU: che per l’Europa questa trattativa può essere l’occasione per un rilancio di quei principi arrestando la deriva che la sta portando ad allinearsi e sottomettersi al suprematismo nazifascista che si sta affacciando in forme diverse in sistemi politici apparentemente in contrasto. Così da rendersi protagonista, in opposizione a quei disegni, di una svolta per una pace duratura.
La propaganda in uno stato di guerra è una necessità. Ma chi comanda, se finisce per credere nella propaganda che racconta, va incontro a disastri.
Per l’Ucraina la guerra ha significato reclutare un’intera generazione per mandarla a rischiare la vita sui campi di battaglia. E spiegare ai genitori che perdono i loro figli che il sacrificio era necessario. La propaganda serviva a questo, ma è stata ripresa tale e quale dai governi dei paesi dell’Occidente, dove non vi sono né reclute né madri e padri da condizionare e si è liberi di guardare i fatti per quello che sono e di usare la logica e il raziocinio: si dovrebbe perciò valutare attentamente se ripeterla tale e quale non finisca per produrre danni ai propri concittadini. A maggior ragione, ora che si annuncia una trattativa, perché la verità dei fatti e la logica presentano il conto e la propaganda può costare cara.
Per inquadrare il racconto confezionato dalla propaganda ucraina si deve risalire all’origine delle vicende attuali: senza andare troppo a ritroso nel tempo, la conflittualità interna tra ucraini e russi, che fino al 2014 era stata contenuta ma mai sanata (al modo alto-atesino, per intenderci), in quell’anno era degenerata, anche per il condizionamento di più ampie dinamiche geo-politiche, in una guerra civile: chiusa da due accordi (a Minsk) in seguito ampiamente disattesi.
Per i russi le responsabilità ricadono sul nazionalismo ucraino che ha impedito di riconoscere alla minoranza di etnia russa le garanzie concordate. Considerano per di più la prospettiva di un’adesione alla NATO alla stregua di una minaccia esistenziale per il loro paese. La versione ucraina, condivisa dall’Occidente, almeno fino al gennaio 2025, sostiene invece che all’origine vi sia l’annessione della Crimea alla Russia, ferita non sanata dagli accordi di Minsk, che l’Occidente avrebbe archiviato senza reagire come sarebbe stato doveroso. La loro tesi è che da quella annessione la Russia si è sentita incoraggiata ad andare oltre e che la Crimea e il Donbass devono invece tornare ucraine non solo per ripristinare i confini riconosciuti nel 1994 ma perché cedere sui territori occupati dall’invasione porterebbe come passo successivo all’invasione dell’intera Ucraina.
Il corollario su cui si basa la propaganda dei paesi UE parte da qui: se si lascia che la Russia minacci l’intera Ucraina, in un secondo momento proverà a tornare a quelli che erano i confini dell’URSS a occidente, quindi ai paesi baltici. L’Europa, a partire dai paesi scandinavi e da quelli già compresi nell’antica “cortina di ferro” (Polonia in primis) avrebbe di che temere. L’Europa intera, fino a Lisbona.
La geografia, la demografia, per non dire la logica elementare, indurrebbero a considerare delirante la parte riguardante l’Europa occidentale: ma la tesi riguardante l’Ucraina è presa sul serio, oltre che da esponenti autorevoli delle istituzioni di quel paese, dalla Polonia e dai paesi baltici e scandinavi aderenti all’UE.
Quanto può influire questo sentimento sulla trattativa? Qui torna utile risalire all’accordo che si era profilato a Istanbul, poco dopo l’inizio della guerra. Chi ha esaminato con grande cura le carte di allora (Charap S., Radchenk S., The Talks That Could Have Ended the War in Ukraine, Foreign Affairs, 16/4/24 [https://www.foreignaffairs.com/ukraine/talks-could-have-ended-war-ukraine]) ha spiegato quale fosse il punto controverso, rimasto aperto quando Zelensky ha deciso di mandare a monte il negoziato, in coincidenza (casuale, a suo dire) con una visita lampo di Johnson a Kiev al termine di un rocambolesco viaggio: se devesse essere richiesta l’unanimità per le decisioni delle potenze chiamate a garantire la sicurezza dello stato ucraino.
Dopo la svolta trumpiana, sfrondata delle spacconate inquietanti del personaggio, è opinione diffusa che si debba riprendere la trattativa risolvendo quel nodo. Secondo l’ipotesi allora avanzata, sarebbero stati garanti i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU, oltre a Germania, Italia, Polonia, Canada, Israele, Turchia. Dunque, la Russia poneva il diritto di veto come condizione dirimente per i suoi interessi in quanto la presenza dei paesi NATO, tra cui i quattro maggiori UE (Francia, Germania, Italia e Polonia) sarebbe stata soverchiante. Con queste premesse, quale significato avrebbe una presenza di forze armate UE in Ucraina al confine con la Russia?
Se i due più potenti componenti del Consiglio di Sicurezza ONU (USA e Cina) si astengono dall’intervenire come garanti (con Turchia e Israele occupate in altri conflitti) la presenza esclusivamente di eserciti UE in territorio ucraino potrebbe mai essere definita come forza di interposizione? Se fosse questo l’effettivo punto di caduta della trattativa, sarebbe una tregua armata al confine tra UE (Ucraina) e Russia (Donbass e Crimea comprese) che Trump avrebbe concordato con Putin, in nome e per conto, per non dire alle spalle, della UE di cui l’Ucraina entrerebbe a far parte. La narrazione su cui si è basata la propaganda a proposito della guerra in Ucraina si rivelerebbe una profezia auto-avverantesi: non in quanto la Russia invaderebbe l’Europa ma perché l’UE (in ritrovata sintonia con l’UK) le dichiarerebbe guerra (in stato di tregua armata) come paese ostile per decisione degli USA, tornati potenza egemone in uno schema bipolare (anti-cinese).
L’Europa Occidentale, compreso l’UK, smentirebbe così l’auspicio solenne con cui si apre lo Statuto dell’ONU, formulato proprio in base all’insegnamento ricavato dalle guerre che avevano segnato la storia europea. Questo è il passo che i reggitori delle sorti dei popoli dell’Europa occidentale starebbero per compiere, mentre si leggono dichiarazioni farneticanti di paladini del nuovo credo occidentale secondo cui la pace regalata nel 1945 (a parte le bombe su Belgrado) ha infiacchito gli europei: alla guerra, alla guerra!
Questo è il destino che attende i popoli d’Europa, se non saranno capaci di affidare le loro sorti a rappresentanti di tutt’altra pasta per riprendere il cammino che si era delineato ottanta anni or sono. Eppure, visto che per l’Europa il prezzo degli errori commessi sarà comunque alto, ora si presenta un’occasione: sarà possibile pagarlo per correggere la rotta piuttosto che per insistere nella sudditanza e nell’autolesionismo. Per orientarsi, si può attingere alle proposte che stanno emergendo (basta andare un po’ in giro per il web) da parte degli europei (di sinistra) che in questi anni di guerra hanno mantenuto una visione lucida e, senza nulla concedere al putinismo e senza inginocchiarsi ai piedi dell’osceno re Trump, si sono impegnati nella difesa delle ragioni dell’Europa: non di quella vassalla dell’impero americano in decadenza ma di quella che ha estirpato il nazifascismo dalla sua cultura e dalle sue costituzioni e ora sa riconoscerlo in tutte le sue forme, anche al suo interno, anche negli USA e nella Federazione Russa.
Basta partire dal presupposto che due autocrati che si credono ai vertici del mondo stanno stringendo un accordo in cui l’Europa, a dispetto dei loro disegni, può trovare finalmente uno spazio e un potere nuovo, basato sulla democrazia: partendo dall’includere l’Ucraina nell’Unione Europea, una volta che con la tregua abbia abolito le leggi marziali e ripristinato la democrazia in tutti gli aspetti. Il costo della sua ricostruzione sarà caro, ma si tratterà di ricostruire un pezzo di Europa. E le risorse che tanto fanno gola a Trump saranno interne al mercato europeo.
Andando oltre, si potrà razionalizzare la spesa militare europea, che è già più alta di quella russa, e compiere finalmente il passo liberatorio di smantellare la NATO e, ringraziando gli USA per il loro aiuto, sollevarli dall’incombenza di gestire le basi militari, che passerebbero all’UE. Il debito comune potrà essere così indirizzato dove serve: a rilanciare il reddito dei più svantaggiati oltre che della classe media impoverita, a modernizzare l’apparato produttivo tenendo il passo delle innovazioni tecnologiche che si stanno sviluppando nel mondo e a riprendere il cammino verso l’equilibrio ambientale (che sempre più si configura come un riequilibrio che deve sanare ferite profonde ormai inferte al pianeta). Draghi, che chiede di fare qualcosa ma non sa cosa, sarebbe finalmente accontentato.
Per finire con la questione da cui siamo partiti, la forza di interposizione al confine tra Ucraina e Russia dovrebbe tornare ad essere sotto le insegne dell’ONU, provenendo da altri continenti che non siano Europa e nord-America. L’UE tornerebbe così a pensare alle sue regole e a riprendere in mano l’indispensabile riforma dell’ONU. E quanto alle sue regole, l’architettura dell’UE attuale non funziona – e la crisi di leadership si deve in parte anche a questo motivo – in quanto aggrava l’afasia, l’incapacità di formulare una visione di prospettiva coerente con la sua ragion d’essere: che si deve principalmente al fatto che gran parte della sinistra l’ha dimenticata e si è smarrita, ma che la regola dell’unanimità aggrava con il suo effetto paralizzante. Ebbene, meglio perdere pezzi che perdere la propria ragion d’essere: aver perso un Farage non ha fatto danni (li ha fatti semmai all’UK), la presenza di altri Farage sta facendo male all’UE, la maggioranza del popolo italiano, Meloni o non Meloni, saprebbe da che parte nstare.
Vasto programma? Certo, ma le catastrofi permettono di imprimere svolte che fino a quel momento sarebbero apparse impossibili. E quella che stiamo vivendo è a tutti gli effetti una rottura di continuità.