Quando parliamo di Europa, di quale Europa stiamo parlando? Quella dell’euro e della bandiera blu con le stelle? O quella degli uffici di Bruxelles? Se è questa, allora stiamo parlando della fredda Europa burocratica, lontana da quel sogno originario di un “continente unito nella democrazia” e nella “cooperazione tra i popoli”.
Questa Unione Europea non è riuscita, e forse nemmeno ha voluto, realizzare quella democrazia che ci aveva promesso. Prendiamo ad esempio la Grecia, terra della democrazia e del pensiero. Ebbene, la Grecia è stata umiliata, strangolata dalla Germania con la complicità di tutti. Cinquantamila miliardi sono costati il suo soffocamento operato da una politica di tecnocrati senza volto e senza cuore. La dignità di quella terra è stata calpestata da logiche di egoismo finanziario. Un taglio sanguinoso che grida ancora giustizia. Un peccato mortale che peserà sempre sulla coscienza di un’Europa vuota. Ma forse lo abbiamo dimenticato.
Ecco perché questa Europa, invece di rappresentare la solidarietà tra i popoli, è diventata un’arena dominata dai mercati e dalle élite finanziarie, dove la burocrazia soffoca la volontà popolare, ormai ridotta a farsa.
Oggi, però, un segnale di cambiamento emerge: Trump minaccia di ritirare il supporto della NATO. Questa minaccia, seppur provocatoria, deve essere colta come una chance che non possiamo ignorare. È il momento di smettere di delegare la nostra sicurezza e politica estera a potenze che non ci rappresentano. È l’occasione di costruire una vera Europa, unita e democratica, capace di prendere in mano il proprio destino.
È il momento di ripartire, magari proprio rileggendo “Il Contratto Sociale” di Jean-Jacques Rousseau: la “democrazia” come rinuncia a parte dei poteri individuali per un sogno collettivo più grande, che risponda ai reali bisogni delle persone e non dei mercati.
Un esempio di come l’Europa possa rinnovarsi è l’introduzione di normative omogenee in ambito fiscale, con aliquote coordinate, per ridurre le disuguaglianze tra i paesi membri ed evitare il “dumping fiscale”. Allo stesso modo, un sistema giudiziario uniforme potrebbe garantire che i diritti dei cittadini siano tutelati in modo equo, indipendentemente dallo Stato in cui vivono. Inoltre, il riconoscimento universale dei diritti dei lavoratori potrebbe eliminare le differenze attuali tra i paesi, dando pari opportunità a tutti. Non si tratterebbe di imporre una ricetta unica, ma di stabilire principi comuni che promuovano l’uguaglianza e la giustizia in tutta l’Unione.
Un altro aspetto fondamentale è quello di superare il potere di veto che permette a pochi Stati di bloccare decisioni cruciali per il futuro di tutti. Bisogna votare a maggioranza, affinché ogni decisione rispecchi veramente la volontà democratica dell’intera Unione.
Da Roma a Parigi, da Bruxelles ad Atene, deve passare un filo conduttore democratico che raccolga tutte le voci per dar vita a un progetto comune. Allora sì che ha senso parlare di Unione Europea.
Ma se continuiamo a restare passivi, indifferenti di fronte ai sogni traditi e, soprattutto, a perdere continuamente la memoria permettendo che il nostro destino venga deciso da facce anonime che non ci rappresentano, il nostro futuro svanirà come un miraggio dimenticato e daremo la vittoria a un sistema che non ha alcun interesse a lasciarci respirare.