Il Report ONU ci dice che in tutto il G20 l’Italia è la peggiore in termini di salari e perdita di potere d’acquisto. Siamo dietro a Messico, India e Indonesia.
Parliamo di una perdita dell’8,7% circa. Non per tutti, ovviamente, poiché l’1% più ricco del Paese è invece sempre più ricco. Il ceto medio invece è diventato il bacino di drenaggio verso la povertà assoluta, che oggi tocca 5,7 milioni di nostri connazionali.
E sì, il problema sono i salari bassi, che si combattono con il salario minimo.
Il mercato non si “autoregola”, non fa aumentare i salari da solo in base a complicate e sofisticate equazioni, come sostengono gli economisti neoliberisti.
Non si autoregola in Paesi meno corporativi del nostro, figuriamoci da noi, dove chi ha in mano un minimo di potere economico si mette d’accordo con gli altri che hanno potere economico per fare cartello e mantere in condizioni di sfruttamento le masse dei lavoratori. In Italia si regola ormai solo per truffare i deboli e i fragili, in questo si regola bene, purtroppo. E lo dimostra l’esistenza di lavoratori che viene pagata 3 o 4 euro l’ora. In tanti sono costretti ad aprire partita iva per lavorare sottopagati e non avere un giorno di ferie.
Questo si deve spiegare ai governanti e anche a Brunetta in primis, che fu brutale e feroce contro il salario minimo per la povera gente.
Tra i venti Paesi più industrializzati del pianeta, dal 2008 a oggi il potere d’acquisto delle retribuzioni è diminuito del 6,3% in Giappone, del 4,5% in Spagna, del 2,5% nel Regno Unito, mentre è aumentato del 15% in Germania e del 20% in Corea del Sud.
In Italia l’impoverimento dei salari è stato particolarmente significativo in seguito alla crisi finanziaria globale del 2009, mentre nell’ultimo triennio ha giocato un ruolo determinante l’inflazione. Nel 2024 i salari reali in Italia sono saliti del 2,3%, ma questa crescita – rileva l’Ilo – non è stata sufficiente a compensare l’aumento del costo della vita, che aveva trascinato giù le retribuzioni reali del 3,3% nel 2022 e del 3,2% nel 2023.
L’Agenzia dell’Onu sottolinea come l’impennata dell’inflazione registrata a partire dal 2022 abbia colpito in misura maggiore i lavoratori a basso reddito, poiché questi tendenzialmente spendono la quota più consistente del proprio salario in beni e servizi come l’alloggio, le bollette energetiche e i beni alimentari, che più di altri hanno risentito dell’ondata inflattiva.
L’Ilo osserva inoltre come nel nostro Paese, dove non esiste un salario minimo legale, le retribuzioni vengano fissate tramite la contrattazione collettiva. Secondo quanto si legge nel rapporto, negli ultimi dieci anni gli accordi siglati tra sindacati e associazioni datoriali hanno portato ad aumenti salariali del 15% in termini nominali, che si sono però tradotti in una perdita del 5% del potere d’acquisto delle buste paga.
Tra i fattori che potrebbero aver contratto i salari in questi anni c’è poi la bassa produttività, anche se tra molti economisti sostengono che – al contrario – siano proprio le retribuzioni basse ad aver influito negativamente sulla produttività. Nei Paesi ad alto reddito – spiega l’Ilo – la produttività in media è salita del 30% tra il 1999 e il 2024 , mentre in Italia è diminuita del 3%. A partire dal 2022, tuttavia, la produttività del lavoro nel nostro Paese è cresciuta più dei salari reali.
A proposito delle cause all’origine delle basse retribuzioni in Italia, nei giorni scorsi ha fatto molto discutere l’audizione di Mario Draghi in Parlamento in cui persino l’ex premier ed ex presidente della Banca centrale europea ha affermato che il sistema economico adottato nell’Unione europea negli ultimi vent’anni, basato su alto export e bassi salari, “non è più sostenibile” e che quindi adesso bisogna invece rilanciare la domanda interna. Molti hanno interpretato questa analisi come un’autocritica da parte di Draghi, che fu alla guida della Bce proprio negli anni segnati dalle politiche di austerity.