VERSO IL VOTO. SENZA RASSEGNAZIONE

di Gianni PRINCIPE

Sul voto del 25 settembre avverto una diffusa rassegnazione, ovvero indifferenza, nel popolo della sinistra. Si dà per scontato che non si uscirà dall’alternativa tra la destra a trazione Meloni e i fan dell’agenda Draghi, per cui l’unica possibilità, secondo molti, è di chiamare a raccolta le forze (scarse, per ora) portatrici di istanze alternative, per un progetto di più lungo periodo.

1. Sulla sostanziale equivalenza tra i due esiti non ho molto da obiettare: il punto di arrivo è in ogni caso il “pilota automatico” evocato da Draghi. Se i numeri dovessero imporre una cura Meloni si tratterebbe, per come vedo le cose, di una sorta di waterboarding (la tortura dell’annegamento praticata a Guantanamo): al popolo italiano si farebbero assaggiare gli effetti di una versione delle ricette “automatiche” ancora più antipopolare, per costringerlo a rassegnarsi prima possibile all’idea del TINA (non c’è alternativa).

Nonostante sia questo il destino prevedibile, anzi, proprio per questo, non mi convincono queste posizioni, questi umori. Per spiegarmi vorrei partire da una digressione di carattere storico, chiedendo un po’ di pazienza a chi legge, per giungere a un punto chiave che continua a rappresentare un problema irrisolto: la natura e il ruolo del PD attuale. Un partito che occupa uno spazio che non solo non può essere definito di sinistra ma è di ostacolo alla nascita di un soggetto politico che possa definirsi tale (senza assolvere con questo gli esponenti dell’area che fin qui non è riuscita a occupare quello spazio).

2. Il richiamo che propongo è alla stagione, tra i Sessanta e i Settanta, in cui hanno trovato una qualche realizzazione molte delle aspirazioni e delle istanze di trasformazione della società italiana poste dai movimenti (studenteschi, femminili, operai, ambientalisti e per i diritti civili) animati dalle (allora) giovani generazioni formatesi nel dopoguerra. Quel risultato si è verificato grazie alla presenza, nell’ambito delle istituzioni rappresentative e nelle organizzazioni di massa, di attori che si sono dimostrati in grado di battersi abilmente e convintamente per conquiste come lo statuto dei lavoratori, all’inizio del decennio, o la riforma sanitaria, verso la fine (senza stare ad elencarle tutte): attori che, faccio notare, per lo più appartenevano a culture della sinistra diverse da quella comunista (terzinternazionalista o bolscevica, per la precisione) anche nei casi in cui si trattava di esponenti del PCI. Quel partito, tuttavia, dopo gli anni di Longo (segretario al tempo dell’astensione sulla legge 300), ha trovato in Berlinguer un leader in grado di cogliere la portata della spinta proveniente dai movimenti e di schierarlo su quei fronti pur senza averne (salvo rare eccezioni) la guida. Non senza resistenze interne.

Negli Ottanta quel circolo virtuoso si è interrotto, quegli attori sono venuti a mancare o sono stati sconfitti (a buon diritto per quel periodo si è parlato di guerra civile a bassa intensità). Dopo la fine della guerra fredda, quelli che in varie collocazioni si sono cimentati con il compito di misurarsi con la traduzione concreta delle spinte provenienti dalla società hanno vissuto un crescente isolamento e, non avendo alle spalle una base di consenso sufficiente, non sono stati in grado di contrastare i poteri che hanno lavorato a smantellare gran parte delle conquiste di cui parlo. I due governi guidati da Romano Prodi (provenienza manageriale pubblica e cultura politica democristiana) sono stati l’estremo tentativo di realizzare una mediazione tra istanze sociali e consolidamento politico-legislativo, segnato da una cocente sconfitta proprio per la fragilità e le contraddizioni interne di una coalizione senza spina dorsale. La crisi del 2008-2009 gestita da Berlusconi (a proposito di waterboarding) e poi la successione di larghe intese da Monti fino a Gentiloni passando per Letta e Renzi hanno completato l’opera di smantellamento, insieme con la definitiva trasfigurazione del partito erede del PCI (a cui si era unita la parte di ceto politico democristiano che non si era arruolato con B.).

3. Eccoci dunque al punto. Qual è l’approdo di questa trasfigurazione? La mia opinione, avendo vissuto per anni la sua evoluzione e avendo condiviso con altri, invano, il tentativo di contrastarla, è che definire il PD come un partito neoliberista o centrista non coglie la sostanza del problema in quanto attribuisce a quella comunità di professionisti della politica un credo, una cultura economico-politica che è del tutto assente. Il gruppo dirigente del PD, ai vari livelli e nelle sue varie articolazioni, più banalmente, non è una comunità di politici impegnati a realizzare le aspirazioni del popolo che dovrebbero rappresentare ma un consorzio di amministratori, chiamati, quando serve e quando possibile, a dimostrare di saper maneggiare le leve del potere meglio dei consorzi concorrenti. Esecutori: privi di un progetto e di una visione di futuro, che non si interrogano sui mutamenti, le novità, la dinamica di fondo degli eventi ma si limitano ad aderire a schemi prefissati offerti dal “comune sentire” del momento (che sono in effetti, da almeno un trentennio, quelli ultraliberisti che hanno preso il sopravvento).

Non a caso, si sono affidati a un leader come Renzi scambiando la sua boria caratteriale per una capacità di visione di cui era del tutto privo (avendo costantemente bisogno di suggeritori). Così come non è un caso che non siano ora in grado di proporre un qualunque candidato alla guida del governo, che non sia Draghi (sbarcato però per primo dalla nave che temeva in procinto di affondare) e che abbiano ingaggiato, per coprire un suo prevedibile rifiuto, quel Cottarelli protagonista di un imbarazzante insuccesso nel 2018. E che la Meloni, cui il fiuto politico non fa difetto, non perda occasione per dipingere il PD come attanagliato dalla paura di perdere il potere.

4. Torniamo allora al tema elezioni, inquadrato in questa analisi di ciò che è oggi il PD. I suoi esponenti attendono ora di verificare se il contesto che emergerà dal voto sarà tale da consentire loro di ricoprire funzioni esecutive: se la coalizione di destra sarà autosufficiente, saranno esclusi, fintanto che la tortura esercitata dalla destra sul popolo italiano non avrà costretto a una soluzione “pilota automatico”, in cui sia richiesto il loro apporto. Altrimenti, contano di poter giungere a quell’assetto sin da subito dopo il voto. L’ammucchiata o l’accozzaglia con cui si sente sempre più spesso definire quella che fino a ieri era la coalizione di “salvezza nazionale”.

È, in definitiva, l’alternativa da cui siamo partiti. Ma prima di rassegnarci e di puntare a un futuro più lontano, domandiamoci se davvero non ci si possa sottrarre a questo destino. Del resto, nel 2018 lo schema concepito dai poteri economico-finanziari era lo stesso di adesso (il Rosatellum è ancora lì per questo motivo) ma il piano è andato a gambe all’aria. Hanno dovuto far ricorso al waterboarding, ma anche quel tentativo è fallito perché, avendo concentrato l’offensiva sull’agenda dei Cinquestelle, vista come il pericolo peggiore per il suo contenuto sociale (nonostante le ambiguità e l’inesperienza), ha finito per favorire la formazione più estrema (la Lega di Salvini), tanto da portarla a puntare su nuove elezioni. E quando Salvini ha deragliato, al Papeete, il piano B – che consisteva nel “sacrificio”, per il PD, di prestarsi a governare con i Cinquestelle per il tempo strettamente necessario a far sbollire l’euforia leghista – nel momento in cui sembrava fatta (con le elezioni emiliane) è saltato per colpa della pandemia. Non che quel governo abbia adottato misure riconducibili a un’agenda sociale di sinistra (come invece, paradossalmente, era avvenuto durante la coabitazione con la Lega), ma ha guadagnato consensi inaspettati resistendo (non senza cedimenti e contraddizioni) alla spinta del mondo del business che puntava a subordinare le esigenze di tutela della salute della popolazione a quelle dell’accumulazione e del profitto.

Non è bastata, quella resistenza, a evitare che il paese pagasse un prezzo record, su scala mondiale, quanto a vittime dell’epidemia. Così come non è bastato il consenso guadagnato da quel governo a impedire che il partito del pilota automatico, facendo leva sul potere di interdizione del partitino di Renzi e dei suoi seguaci nel PD, lo facesse cadere. Ma il re era apparso nudo: alle larghe intese del pilota automatico ci si poteva sottrarre.

5. Veniamo ad oggi. Il PD, scaricata la falange renziana per presentarsi a chi detterà l’agenda dopo il voto più libero da condizionamenti, aspetta l’esito delle elezioni per sapere se ci sarà spazio per i suoi professionisti (e da che parte). La condizione perché possa vedersi costretto (non trovo termine migliore) a prestarsi a un’agenda almeno un po’ spostata a sinistra, anziché improntata al pilota automatico, ha una dimensione numerica ben precisa: la somma dei voti a sinistra dell’agenda Draghi deve superare la somma dei voti di Lega, FI e Calenda-Renzi. Al momento, stando ai sondaggi, occorre pertanto una crescita di quest’area di circa dieci punti. Impossibile?

Come è composta l’area di cui parlo? Ne fanno parte i Cinquestelle perché hanno giocato tutto il loro credito residuo sui nove punti posti a Draghi e, su questo ha molto insistito Fassina, non potranno smentirsi avendo Conte escluso categoricamente di poter far parte di una coalizione di salvezza nazionale. Quanto alla sinistra che era all’opposizione di Draghi, hanno scelto di andare in coalizione con il PD e hanno formato una lista con i Verdi che, per lo più, rifiutano l’etichetta di sinistra e soffrono la concorrenza dei Cinquestelle: non potranno tuttavia, almeno i candidati espressi da Sinistra Italiana, cambiare collocazione se eletti. Fuori dal Parlamento attuale si presentano poi Italia Sovrana e Popolare e Unione Popolare. Quanto a ISP, raccoglie soggetti politici che, pur con richiami e accentuazioni molto diverse tra loro, lascia pochi dubbi sulla collocazione a sinistra e puntano molto sull’area degli incerti tentati dall’astensione. Quanto infine a UP, è riuscita a raccogliere le firme necessarie con largo margine, contro ogni pronostico. Al loro programma hanno lavorato persone di cui ho la massima stima e considerazione e mi appare organico e convincente, chiaro in particolare sul tema della pace e dell’articolo 11. Il richiamo a Mélenchon, e l’endorsement che ne hanno ricevuto, segnala un progetto da “tempo lungo” (come è stato il tragitto di France Insoumise) che troverebbe nella conquista di qualche seggio parlamentare una spinta rilevante.

6. Per valutare la situazione ad oggi abbiamo a disposizione sondaggi costruiti tutti su campioni assai limitati, (mille persone, in genere, uno ogni 45.000 elettori circa) poco affidabili, quindi, quanto alle formazioni più piccole e, per quelle maggiori, indicative dell’andamento nel tempo più che del valore assoluto delle percentuali ricavate. In più, non possono essere diffusi nelle ultime due settimane, che sono anche quelle in cui si forma la decisione finale per una parte rilevante del corpo elettorale: innanzi tutto, intorno alla scelta se votare o no.

Avendo ben chiari questi limiti, allo scattare del divieto i Cinquestelle sono dati in crescita dai 9-10 punti di luglio e sono visti sopra la Lega, verso un 15% che potrebbero realisticamente superare se si riduce l’area dell’astensione. La lista rosso-verde viene data intorno al 3%. Unione Popolare era data a metà strada verso quella soglia appena raccolte le firme e il suo potenziale, una volta entrata a pieno titolo nel novero dei contendenti, può realisticamente andare oltre quella soglia se saprà condurre una campagna convincente contro l’astensione e contrastare il martellamento di sondaggi negativi mirato a scoraggiare gli indecisi. Infine, le stesse considerazioni valgono per Italia Sovrana e Popolare, a cui alcuni sondaggi (con i limiti richiamati) concedono qualche possibilità di raggiungere il fatidico 3%.

Tirando le somme, perché si verifichi la condizione numerica per uscire dall’alternativa “agenda Draghi” – Meloni è che i Cinquestelle superino il 15% e le tre liste superino tutte lo sbarramento del 3%. Personalmente, ho firmato per la presentazione della lista di UP ma non mi propongo con questo post di suggerire per chi si dovrebbe votare all’interno dell’area anti-TINA. Il tema, e l’obiettivo che mi propongo, è il rifiuto dell’astensione come scelta politica di sinistra. C’è una sinistra da votare, che ha la concreta possibilità di arrivare a mettere in crisi i disegni del potere economico-finanziario e dare una prospettiva diversa a questo paese. Purché si punti a convincere il mondo di sinistra scoraggiato più che a far concorrenza a chi è più vicino.

7. Insomma, la logica del voto utile, per la vasta area orientata ad astenersi, va rovesciata: meglio correre il rischio che il nostro voto non porti in Parlamento chi vogliamo che essere sicuri di non avere nessuno che possa rappresentarci. Il voto è utile solo se è dato. A candidat* su cui possiamo fare affidamento. Al limite, visto che non è stato possibile costruire prima del voto una coalizione tra forze che potevano dare qualche garanzia, si potrebbe concordare, nelle comunità di vario genere in cui il popolo di sinistra si ritrova, di distribuire i voti in più direzioni (salvo che non appaia raggiungibile l’obiettivo di eleggere un* candidat* di particolare prestigio e affidabilità politica in un collegio uninominale).

Dobbiamo insistere sull’importanza di ogni singolo voto, dato con convinzione, in particolare con i più giovani: fanno benissimo a portare proposte concrete al mondo politico, come ha fatto Friday For Future – tra l’altro trasporti locali gratuiti e divieto voli privati sono di facile comprensione e ottimi per mettere alla prova non pesando sul bilancio – ma non possono permettersi il lusso di non compiere per la prima volta questo passo, da cui si può andare avanti. Mentre, circondati da macerie, la risalita sarà più ardua e la prospettiva più scoraggiante.

L’ultima considerazione riguarda le prospettive del paese: nel fare la nostra parte, impegnandoci nel dovere civico, prima che politico, di esprimerci e di interloquire con chi ci circonda sulla scelta di voto in questo frangente, deve muoverci la convinzione che il paese corre il rischio concreto di vivere un quinquennio drammatico di ulteriore, progressivo declino. Ho usato all’inizio la metafora del soffocamento ma se non correggeremo la rotta quello che ci aspetta è perdita di diritti, crescita abnorme delle disuguaglianze, crisi economica e finanziaria (con la speculazione all’attacco da fine 2020, pronta a vendere di nuovo allo scoperto i titoli del Tesoro), per non dire del rischio di pesanti crisi sanitarie e ambientali.

Non è il ritratto catastrofico di un futuro ipotetico, per spaventare chi legge, ma la descrizione di quello che l’Italia ha vissuto negli ultimi due anni. Evitarlo è possibile, facciamo tutto il possibile.

  • Giovanni Principe, detto Gianni, dirigente storico della Cgil, laureato in Architettura ed Economia del territorio, opinionista ed autore di varie pubblicazioni. Da 40 anni al lavoro, su economia e politiche del lavoro (Ispe, Cgil, Isam, Isae, Isfol). Impegnato per cambiare le cose; è il modo giusto di vederle.

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